La Cina compra terreni agricoli in tutto il mondo

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La Cina compra terreni agricoli in tutto il mondo

Messaggio  Domsky il Gio Ott 02, 2008 7:48 am

La Cina per battere la fame compra terreni in tutto il mondo - Repubblica — 11 maggio 2008

Prima abbiamo visto l' invasione del "made in China", dall' abbigliamento ai computer. Da
qualche anno è subentrata una seconda fase: le multinazionali cinesi comprano aziende
occidentali, il Tesoro di Pechino interviene nei salvataggi di banche americane ed europee
diventandone azionista. Ora parte il terzo stadio dell' espansione planetaria. La Cina va a caccia
di grandi terreni agricoli da comprare in tutto il mondo, per garantire che potrà sfamare la sua
popolazione anche in caso di iperinflazione e crisi dei raccolti. Dall' America latina all' Africa, dall'
Asia all' Oceania, la nuova strategia punta a risolvere uno dei più gravi problemi di lungo
periodo: la sicurezza alimentare. Il presidente Hu Jintao e il premier Wen Jiabao hanno registrato
con allarme i disordini scoppiati in molti paesi vicini (dalle Filippine all' Indonesia) per la penuria
di riso. Nella stessa Cina l' inflazione dei generi alimentari è ai massimi dagli anni Ottanta, con
punte del 50% per la carne di maiale. Il carovita è al primo posto fra le preoccupazioni della
popolazione - ben più del Tibet o delle Olimpiadi - e può far vacillare la stabilità del regime. La
Repubblica Popolare non rischia certo le carestie che la affliggevano ai tempi di Mao Zedong.
Oggi è una superpotenza anche nell' agricoltura. E' il primo produttore mondiale di grano, riso,
patate, prodotti ortofrutticoli. Ma i grandi numeri dei raccolti nascondono uno squilibrio
progressivo. I consumi interni esplodono, con il boom economico una quota crescente di famiglie
può permettersi una dieta alimentare sempre più ricca. Nel 1985 i cinesi consumavano in media
20 chili di carne a testa in un anno. Nel 2000 il consumo di carne era balzato a 50 chili pro
capite. Tra dieci anni secondo la Fao i cinesi mangeranno più di 70 chili di carne a testa. L'
allevamento del bestiame assorbe una quantità sempre maggiore di cereali. In molte
commodities agricole - dal grano al riso - la Cina ha smesso di esportare; per la soya è diventata
così dipendente dall' estero che importa già il 60% del suo fabbisogno. Nel lungo termine non
può farcela da sola. Entro le frontiere della Repubblica Popolare vive oggi il 21% della
popolazione mondiale ma la sua agricoltura ha solo il 9% delle terre arabili del pianeta. La
scarsità di superficie coltivabile nasconde un altro vincolo, perfino più drammatico: la mancanza
di acqua, aggravata da inquinamento e desertificazione. La Cina ha solo l' 8% delle riserve di
acqua potabile del pianeta; un terzo della superficie nazionale è fatta di deserti e le zone aride
continuano a "rubare" territorio di anno in anno. Di qui il piano per partire alla conquista dei
"granai del pianeta". E' una direttiva preparata dal ministero dell' Agricoltura: Pechino spinge le
grandi società agroalimentari cinesi a investire nell' acquisizione di superfici coltivabili in tutto il
mondo. Potranno contare sul sostegno dello Stato, finanziario e diplomatico, per superare le
resistenze dei governi stranieri e accaparrarsi terreni agricoli. Contatti politici sono in corso con il
presidente Lula per spianare la strada a maxiacquisizioni di terre in Brasile. La nuova strategia si
proietta su tutti i continenti, gli obiettivi potenziali sono tanti. Il Brasile e l' Argentina per soya,
zucchero, mais. La Nigeria per miglio, semi e arachidi da olio. Indonesia e Malesia per riso,
legname, palme da olio per i biocarburanti. Australia e Nuova Zelanda per gli allevamenti di
bestiame e la produzione di latte. Gli uffici commerciali delle ambasciate cinesi all' estero hanno
mappe dettagliate dei raccolti più importanti per ogni paese. Dal Messico all' Uganda alla
Birmania, la Cina è pronta a subentrare ai latifondisti pubblici e privati. Da tempo le autorità di
Pechino studiano i precedenti. Alcuni produttori di petrolio come l' Arabia saudita e la Libia hanno
avviato contatti analoghi (per esempio con l' Ucraina) proponendo uno scambio inedito: contratti
di fornitura di petrolio in cambio di terre agricole; la sicurezza energetica come contropartita della
sicurezza alimentare. La decisione cinese è stata accelerata dagli ultimi eventi. Da una parte i
contraccolpi della crisi del riso: tre nazioni asiatiche - India Tailandia e Vietnam - hanno imposto
il contingentamento delle loro esportazioni. Un gesto che Pechino considera allarmante. Significa
che non basta avere il più grosso attivo commerciale del pianeta per "fare la spesa all' estero" in
caso di bisogno; non si può dare per scontato il libero accesso ai mercati mondiali; in una crisi l'
offerta di alimenti può prosciugarsi all' improvviso. L' altro fenomeno che preoccupa i leader
cinesi è la "finanziarizzazione" dei mercati agricoli. Gli hedge fund sono entrati in forze nella
speculazione sui futures dei raccolti. Nel solo mese di marzo sul Chicago Stock Exchange si
sono scambiati contratti futures per 21 milioni di tonnellate di soya: più del doppio dell' anno
scorso. Come per il petrolio, anche per le commodities agricole ormai agiscono potenti fenomeni
di anticipazione. La finanza scommette sugli scenari di aumenti dei consumi mondiali, e
attraverso il gioco sui futures le previsioni al 2020 fanno schizzare al rialzo i prezzi del 2008. La
"bolla" delle anticipazioni è un meccanismo infernale dal quale la Cina vuole riuscire a ripararsi,
mettendo al sicuro dalla spirale speculativa i raccolti dei prossimi anni. Il modo migliore è
allungare le mani su nuove terre in America latina, nel sudest asiatico, in Africa, diversificando le
produzioni e l' esposizione ai rischi climatici. Il principale ostacolo da superare sono le resistenze
politiche dei governi stranieri su un tema strategico come l' autosufficienza alimentare. Ma
Pechino ha argomenti persuasivi. Il modello è un accordo di lungo termine appena firmato con il
Congo, l' ultimo di una serie di partner africani conquistati dalla Repubblica Popolare. I cinesi
costruiranno strade, ferrovie, aeroporti, ospedali; in cambio intere miniere di rame e cobalto sono
di fatto ipotecate. Migliaia di operai cinesi sbarcheranno in Congo per portarvi la promessa di
una modernizzazione che non riuscì agli ex padroni coloniali europei. E' il patto che la Cina
propone a molte nazioni emergenti per avere le loro materie prime. Poche possono permettersi
di rifiutare l' offerta. -

FEDERICO RAMPINI

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